bilance

Li incontrava sempre sui tanti ponti che attraversavano le stazioni suburbane come tante ragnatele. Accovacciati, quasi molleggiando, i vecchietti con le bilance - antichi aggeggi che parevano misurare il peso dell'anima e dei pensieri - portavano degli occhiali spessi, sbilanciati sui nasi adunchi. Spesso, quasi sempre, erano musulmani senza più barba, con i denti storti e macchiati di betel. Ovunque stesse andando, qualsiasi umore avesse, si fermava sempre cercando le cinque rupie nel borsellino. Si pesava con un sorriso, rivolgendo qualche stentata parola di hindi. I "pesatori" erano impassibili, non si facevano turbare dalla straniera, ma c'era sempre un effetto, e lei si pesava per quello. Subito qualcuno nella folla rallentava e si fermava. Si radunava una piccola folla. E la bilancia si sgravava dalla polvere e dai crucci.
Ciabattando, poi se ne andava, incontro a un treno, un caffè, o a chissà quale destino.
La città restava sospesa sul bordo. Tra i pali elettrici, i binari, e la folla onnipresente.

Ora, nell'afrore azzurro di un'altra terra, si era ricordata di quei vecchietti dignitosi, che non prendevano mai i treni e stazionavano tra le coscienze. Ora, mentre ascoltava Gulam Ali, le sfuggiva una lacrima che mentalmente donava a un cielo cupo di pioggia che da qui poteva solo immaginare, ma sentire.
Come sua nonna, che aveva sentito per anni l'Adriatico, lu mare, senza averlo più visto.
Dil gaya, no, no, il cuore da certi luoghi non se ne va mai, nemmeno con le bombe.
  

Post più popolari