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La testa perduta di un leopardo

Era tornato in India per accontentare sua moglie, che voleva trascorrere la vecchiaia “a casa”.
Già, la vecchiaia. L’unica cosa che Arun non riusciva a sconfiggere, né tantomeno combattere. Il corpo si prosciugava di forza e volontà. La mente ordinava, il corpo boicottava di continuo le intenzioni.
Nato in Kenya, dove aveva passato l’infanzia e parte della giovinezza, Arun era poi emigrato in Canada. Là aveva trascorso gran parte della sua vita, e all’estero era stato fotografo. Un fotografo famoso, per giunta. A caccia di scatti – tra foreste, immigrati pensierosi e orsi grizzly – i suoi occhi, e le sue mani fervide, avevano colto meraviglie. A volte, le sue foto avevano documentato istanti di rara intensità, grandi transizioni nella storia, tatuaggi del tempo.
Era riuscito anche a illuminare il cuore di tenebra di così tante famiglie indiane immigrate in Canada, con i vestiti color ruggine e l’amaro in bocca. Quell’amaro che colava dagli angoli delle labbra, dagli zigomi: era nosta…

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